La guerra in Libia e la "ribellione" nel mondo arabo, intervista a Foad Aodi, ultime notizie Roma - La ‘ribellione’ nel mondo arabo, Tunisia, Egitto, Yemen e Libia, non coglie affatto impreparati i tanti emigrati residenti nel nostro Paese. “Smettiamola di chiamare ‘clandestini’, quelli che sono ‘sfollati’ dai loro paesi”, ha detto chiaramente il vice-presidente del Senato, Emma Bonino. “Ed accogliamoli nel nostro Paese”, ha aggiunto chiedendo al Governo di sospendere formalmente dell’accordo commerciale Italia-Libia. E venerdi’ prossimo e’ in programma un sit-in per lo Yemen per esprimere, insieme al comitato dei cittadini dello Yemen in Italia, la solidarietà al popolo e alla gioventù nello Yemen ed invitare tutti gli amici arabi, italiani, di origine straniera e forze politiche all’iniziativa che avra’ luogo alle 18.00 a piazza della Repubblica a Roma.
“Ci appelliamo alla diplomazia italiana ed internazionale per avviare azioni diplomatiche tempestive ed immediate, non tardive e di rimessa per fermare la violenza nello Yemen – spiega il Presidente del Consiglio Direttivo del Co-mai, la Comunita’ del Mondo Arabo in Italia, Foad Aodi, medico italiano di origine palestinese - e per non ripetere quanto successo in Libia. Dopo la caduta del muro della paura e del silenzio nel mondo arabo facciamo cadere il muro della fobia, del pregiudizio, dell’interesse economico, della strumentalizzazione politica, culturale e religiosa a scapito dei diritti umani e della vera e spontanea primavera della volontà del popolo e della gioventù araba, che chiede democrazia, libertà, dialogo e giusta informazione e non disinformazione”. Insomma, “la politica internazionale nella crisi libica – aggiunge Aodi – metta da parte per un momento gli affari e si concentri prima sull’aspetto umano, sulle vite sacrificate in questi anni e negli ultimi mesi. E poi sono proprio “le mancanze dell’occidente a rafforzare il muro con il mondo arabo”, che invece avrebbe bisogno di un dialogo laico”.
Aodi parte dalla crisi libica per ragionare di uomini e Paesi, di dialogo interreligioso e di approcci laici. E non per dilettarsi in leziosi ragionamenti, ma per pensare a quelle rivoluzioni nordafricane come snodo storico e culturale. “La diplomazia internazionale nei confronti di Gheddafi proprio nei primi giorni è venuta a mancare, anche se oggi si sceglie l’interventismo – osserva - Avrebbe potuto dare un valore importante e diverso all’intera vicenda. Dal “non lo disturbo” di Berlusconi rivolto al colonnello, per fortuna si è passati alle posizioni attuali di condanna. Ma di fatto l’Unione europea ha registrato una pagina nera della sua politica estera, dimostrando di essere incapace di decisioni univoche e offrendo un’immagine divisa. In altre circostanze del passato, penso all’Iraq o all’Afghanistan, gli interventi sono stati più immediati”.
Il Mediterraneo e’ in fiamme in queste settimane: si puo’ aspirare ad una ripresa del confronto e della dialettica democratica?
“Seguo con grande interesse e sorpresa questo movimento che deve rimanere spontaneo e studentesco. Ho subito detto che per fortuna è caduto il muro della paura e del silenzio, anche grazie ai social network e ai cellulari: un segnale importante – risponde Aodi -. Tunisia ed Egitto hanno detto no ai leaders, in Libia è diverso perché Gheddafi dispone di un’opzione militare, per questo abbiamo lanciato dal primo momento un appello alla diplomazia internazionale affinchè intervenisse. Ma l’intera area reagisce, penso alla Siria ed alle manifestazioni in Arabia Saudita o anche nello Yemen”.
E tutto cio’ che vuole dire?
“Innanzitutto che in tutto il mondo arabo chiedono più democrazia e libertà. E poi alcuni Paesi si caratterizzano per rivoluzioni politiche che potrebbero precludere a scontri interreligiosi, come il Barhain. Come associazione italiana di medici stranieri, appoggeremo qualsiasi movimento spontaneo e democratico. Chiediamo ai nostri governanti che inizino finalmente a prestare attenzione alla volontà del popolo, dei giovani, analizzando le motivazioni di quelle piazze, due su tutte. La crisi economica mondiale che a quelle latitudini si avverte ancora di più, ed una disoccupazione altissima, anche se i giovani arabi di oggi sono più istruiti di quanto lo fossero i nostri genitori, e vorrebbero partire alla pari rispetto agli altri coetanei europei: hanno mezzi e qualità, manca loro il sostegno dei governi”.
E noi rischiamo davvero le ritorsioni di Gheddafi?
“Lo conosciamo non da oggi, lo stesso vale per quei politici che gli hanno baciato la mano o gli hanno steso tappeti rossi. Ha sempre utilizzato il metodo del ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa: senza dimenticare la propaganda mediatica. Una situazione che va risolta con decisione, magari trattando con persone rispettose dei patti, elette democraticamente dai rispettivi popoli”.
Ultima domanda: fino a quando le strategie internazionali di un Paese come l’Italia potranno basarsi sugli umori dei rapporti del Premier con gli altri vertici mondiali?
Come fatto sino ad oggi, ad esempio, da Berlusconi con Putin o Gheddafi, quando invece sarebbe indispensabile una linea prettamente italiana e meno privatistica. “In passato si è avuto solo una serie di binomi: Berlusconi-Bel Alì, Berlusconi-Putin, Berlusconi-Gheddafi. Ben vengano amicizie personali che rafforzano rapporti politici, ma prevalga sempre l’interesse generale. Cito spesso la politica di Andreotti e di Craxi, che sapevano anche rivolgersi al mondo arabo che in quel periodo vedeva l’Italia con molta simpatia. Purtroppo ultimamente, anche per certe strumentalizzazioni sia contro le donne che la religione, sono stati utilizzati personaggi che non erano propriamente accreditati per parlarne specificatamente. Non si è valutato attentamente che nel mondo arabo vi sono molti cristiani maroniti. Per questo ha più senso rivolgersi alla comunità araba parlando a tutti, senza identificare il mondo arabo solo con la religione islamica. Si prenda lo Yemen dove si è partiti con un’imponente manifestazione in piazza, dove gli studenti hanno piazzato le loro tende, allo scopo di emulare la Tunisia e l’Egitto. In seguito le due tribù più numerose avrebbero voluto impadronirsi del potere per fini economici, a cui gli studenti hanno detto no. Professandosi distanti da tali personaggi e da tali intenzioni. Una questione purtroppo ignorata dai media, che se ne occupano solo quando ci sono dei morti. Addirittura hanno sparato sulla folla, utilizzando anche un gas altamente tossico non ancora identificato”.